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LA SANTA SCULTURA
a cura di Adriano Olivieri
Nato il 18 dicembre 1950 a Nao (Vibo Valentia), nel 1969 si trasferisce a Milano dove
tutt’ora vive e lavora. Frequenta Brera e fonda in quegli anni, in collaborazione con Sormani,
il Gruppo Cantastorie, tenendo la sua prima personale nel Castello Murat di Pizzo Calabro nel 1973.
Dopo la pittura degli anni Ottanta, onirica e cromaticamente vivace, nella quale rappresenta
paesaggi fantastici e, in modo ironico, miti e leggende antiche, negli anni Novanta dipinge e
disegna rarefatte storie di uomini solitari, immersi in spogli paesaggi. In questi ultimi anni ha
affiancato all’attività pittorica un’intensa pratica scultorea, realizzando ceramiche e terrecotte a
ingobbio modellate e dipinte in modo semplice e leggiadro.
La santità… dove la trova Pino Deodato? Qualche anno fa la trovava nella pittura;
in paesaggi che paiono sognati da un pittore primitivo italiano, in figurine curve sui
propri pensieri che cedono la loro sostanza corporea dipanandone i contorni in linee bianche
come fili di lana, come segni di gessetto su una lavagna.
Ma ora… dove la trova la santità Deodato? Nella scultura. Nella semplicità, in un pizzo antico
profumato di bucato e di festa; in una forma semplice e preziosa come lo scrigno custodito nella
sacrestia di una pieve di campagna. Trova la santità in una materia bianca e sottile come un’ostia.
Negli abiti ricamati gonfi d’aria, indossati durante le processioni religiose. È la sublimazione
dell’opera dell’uomo e della memoria; opera costruita con le mani e memoria rivissuta coi sensi.
Una santità che diventa quasi incorpora, che rinuncia alle figure delle sue storie e ne lascia le
vesti, vuote come campane che rintoccano un lieto e nel contempo mesto richiamo.
Questa storia ha inizio quando i suoi personaggi dipinti, persi in occasioni rarefatte, in pensosi,
eterei soliloqui, si vestono di materia per uscire al mondo tridimensionale, acquisendo un peso fittizio,
quello che attribuiscono loro gesti trasognati e vaghi. È un’aura da notte di San Lorenzo, da stelle cadenti,
da Fioretti di San Francesco, da dolce prece sussurrata a raminghi uccellini. Questi uomini magri e allungati,
vestiti di tutto punto con giacche attillate, compiono gesti che si fanno, nell’ultima produzione dell’artista,
impossibili, ai limiti della fisica e già dentro l’onirico mondo dei sognatori irriducibili, degli spiriti semplici
che proiettano attorno a sé le segrete stanze dei loro pensieri. Così il vasaio, che allude alle forme dell’arte,
vive immerso nella sua opera tanto da esserne lui stesso medesimamente composto: creta fra creta, terra fra terra.
E così pure le parole dell’arte, in cui il l’assiduo lettore siede su cumuli di libri, restandoci tanto immerso da
perdercisi dentro come in un labirinto borgesiano di parole. I suoi personaggi, raccontati con gli occhi di chi da
una terra antica e selvaggia giunge in una metropoli dell’economia abitata da uomini d’affari, paiono trovare ristoro
spirituale nella miracolosa fontana di un borgo, che Deodato ritrova nei propri ricordi. Lì, quegli uomini si bagnano
di semplicità, ritrovano una dorata infanzia e si cibano di lucciole e di stelle, riscoprendo il
lume della poesia che avevano perduto.
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Opere
Equilibrio precario
Le forme dell'arte
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